Crab - Un finale per Sam

    • di e con Pierpaolo Congiu e Antonio Villella

    • musiche originali Bruno Franceschini

    • ambiente video Fabio Melotti

    • scene Elisabetta Ajani

    • costumi Roberta Vacchetta e Luciana Gravina

    • luci Cristian Perria

    • aiuto regia Eloisa Perone

Una produzione Crab
con il sostegno del Sistema Teatro Torino

Un palcoscenico. Applausi. Ma subito accade qualcosa di inaspettato: il tempo passa e i due personaggi si ritrovano in un’altra opera. La scena non è più la stessa e dietro di loro, in una videoproiezione, i loro interpreti si interrogano sul senso del loro lavoro. Sono Hamm e Clov di Finale di partita, ma non si chiamano più così, sono stati ribattezzati Al e Clay. I loro volti sono bianchi come quelli dei clown. Al posto dei bidoni due televisori in cui scorrono ininterrottamente immagini; anche le finestre non ci sono più: ”Al: Dev’essere il teatro di ricerca... straccioni”. Non rimane che una soluzione, fosse anche quella definitiva.
Lo spettacolo indaga i meccanismi della ripetizione nell'essere umano. La rilettura immagina una possibile evoluzione dei personaggi di Beckett ai giorni nostri. Nel testo nulla si muove, quasi per non morire, per non cambiare: “…e intanto si va avanti”. Nel 2010 però la partita si gioca con carte diverse: c’è un mondo che non si nasconde più dietro al nulla, ma che si maschera con il troppo, un mondo dove non è più la bomba atomica il pericolo imminente, ma il quotidiano produrre superfluo dell’essere umano e la sua innata capacità di auto-distruzione. Ma ci sono i due autori, i due attori e ci sono anche Al e Clay, insieme in scena, tentano tutti di dare un finale alla loro esistenza, giocandosi il confine tra scena e realtà, tra video e teatro.

Nota di regia - Lo spettacolo indaga i meccanismi della ripetizione nell'essere umano, la sua incapacità di uscire, di evadere, proprio come suggeriscono i personaggi del testo originale. La rilettura che facciamo immagina una possibile evoluzione dei personaggi del tempo di Beckett (Hamm e Clov) al tempo di oggi. In Finale di partita nulla si muove quasi per non morire, per non cambiare “...e intanto si va avanti”. Abbiamo accettato questo come presupposto del nostro lavoro: i personaggi non possono morire, fanno parte della storia del teatro, le loro battute e i loro dialoghi sono immortali, così come lo è il loro tempo (il loro cronometro interiore). Ci siamo chiesti, da attori, come sarebbe stato oggi affrontare quei personaggi. Abbiamo immaginato che in quel bunker, in quello spazio, il tempo fosse passato, e quindi ci troviamo nel 2010 a giocare la partita con carte diverse in un mondo che non si nasconde più dietro al nulla, ma che si maschera con il troppo. Un mondo dove non è più la bomba atomica il pericolo imminente, ma il quotidiano produrre superfluo dell’essere umano.
In scena una sedia a rotelle, una scaletta, due televisori, forse dei bidoni della spazzatura, un fondale chiaro, due tavolini, due sedie, due attori e due uomini.

Dopo «Endgame»: un finale per Sam - Federico Platania

A differenza di quel che accadrebbe con Aspettando Godot – riguardo al cui sequel di Bulatović, Godo je došao (1966), Beckett ebbe parole di severità e distanza – non è eretico ipotizzare un seguito di Finale di partita. Una giustificazione filologica la si potrebbe trovare in una dichiarazione di Roger Blin, il regista che ebbe il merito di far uscire Beckett dall’ombra, quando vide in Atto senza parole una possibile evoluzione della vicenda di Clov dopo aver abbandonato la casa di Hamm.
Non so se Pierpaolo Congiu e Antonio Villella si sono sentiti rassicurati da una simile considerazione quando si sono lanciati nella scrittura di un impossibile secondo atto di Finale di partita. Il loro spettacolo Un finale per Sam (prodotto dall’associazione culturale Crab di Torino) non è altro che questo infatti: Hamm e Clov che si ritrovano nella vecchia casa a oltre cinquant’anni di distanza per rimettere in scena gli intercambiabili ruoli servo-padrone nel loro consueto, ossessivo teatrino domestico.
Ma nel frattempo Hamm e Clov hanno cambiato nome: ora si chiamano Al e Clay, quasi fossero i protagonisti di una commedia newyorkese di Neil Simon. E infatti, oggi – raccontano gli autori nelle note di scena – “la partita si gioca con carte diverse: c’è un mondo che non si nasconde più dietro al nulla, ma che si maschera con il troppo, un mondo dove non è più la bomba atomica il pericolo imminente, ma il quotidiano produrre superfluo dell’essere umano e la sua innata capacità di autodistruzione”. Giocano a strangolarsi a vicenda, Al e Clay (richiamando così i loro “cugini” Vladimiro ed Estragone che tentano, senza successo, di aiutarsi reciprocamente in una fallimentare, doppia impiccagione). Tentano, come i loro predecessori ufficiali, di finire, senza farcela.
A complicare il tutto la presenza in video di due personaggi-clone, copie degli attori in carne ossa che vediamo sul palcoscenico. Quasi a dire che il gioco che finisce senza finire mai non solo perdura nel tempo ma lo fa più volte contemporaneamente, in parallele dimensioni della rappresentazione.

Laura Bevione - www.sistemateatrotorino.it

Come vivrebbero oggi Hamm e Clov, i due protagonisti di Finale di partita? Questa la domanda da cui è germinato Un finale per Sam, l’interessante spettacolo con cui Crab ha aperto la serata di sabato. Pierpaolo Congiu e Antonio Villella – interpreti e registi della messa in scena – muovono da un’appassionata e profonda conoscenza del play beckettiano per indagarne persistenze e riflessi nella nostra contemporaneità. Il bunker in cui l’ambigua e interdipendente coppia Hamm-Clov si è rintanata non è più rifugio contro un’ipotetica guerra atomica, bensì tana in cui difendersi dall’incessante bombardamento mediatico di cui siamo passive vittime quotidiane. Ma lo spettacolo di Crab non è tanto – o quantomeno non soltanto – la denuncia di un presente che pare spingere a un salvifico suicido chiunque voglia conservare la propria integrità – quanto un’intelligente riflessione metateatrale, che molto deve ai pirandelliani Sei personaggi ma anche alla lotta impari contro i Giganti della montagna. Congiu e Villella sono Hamm e Clov e, allo stesso tempo, proiettati su uno schermo sul fondo della scena, se stessi che discutono dei personaggi che si apprestano a interpretare. Il piano drammaturgico, così, si sdoppia, esasperando la componente metateatrale dell’originale e traducendo altresì in pratica il beckettiano accenno alla natura di clown dei due protagonisti. Congiu e Villella, infatti, hanno il volto ricoperto di biacca e, malinconici pagliacci, ribadiscono ancora una volta come nulla sia più comico dell’infelicità umana. Il discorso sulla contemporaneità – non a caso la compagnia dichiara di essersi ispirata al testo La scelta dell’ex vice presidente americano Al Gore - si combina così a un problematico interrogarsi sulla funzione del teatro che, shakespeareanamente, viene visto come specchio della realtà. Un finale per Sam, insomma, è uno spettacolo stratificato e accuratamente meditato, con buone potenzialità di sviluppo. Dalla desolata realtà beckettiana siamo catapultati in un pianeta che non esiste ancora ma forse presto comparirà: Nibiru, titolo della performance di danza e arti circensi della compagnia tutta femminile So Artgroup. Una scenografia significativa – un telone bianco attraversato da mille fessure che occupa in orizzontale il fondo del palcoscenico – e l’integrazione di danza e tessuti aerei qualificano una messa in scena in cui particolare cura pare riservata all’aspetto visivo – si utilizzano anche proiezioni e led colorati - e all’esattezza dell’esecuzione. Più arduo cogliere l’intenzione dichiarata dalla compagnia, ossia quella di realizzare uno spettacolo «dedicato a forme extraterrestri» e capace di liberare energie e suscitare variegate emozioni. L’ansia della correttezza, forse, ha relegato in posizione gregaria l’indispensabile riflessione sulla necessità del proprio lavoro artistico.

Maura Sesia - www.sistemateatrotorino.it

Frutto di ponderata elaborazione, è uno spettacolo audace ma anche difficile Un finale per Sam del collettivo Crab. Complesso perché comporta la conoscenza, ancorché minima, del teatro dell’assurdo, ed in particolare di Finale di partita di Samuel Beckett. Quindi, di primo acchito, si rivolge ad un pubblico scolarizzato, fatte salve le auspicabili smentite delle platee. La messinscena è l’immaginario atto conclusivo delle vite fittizie dei due protagonisti partoriti dalla fantasia dello scrittore irlandese. Prigionieri nelle rispettive parti. Sostenute bene dagli attori Pierpaolo Congiu e Antonio Villella, che hanno cesellato i caratteri di Hamm e Clov attribuendo loro, e vivendole in scena fino alla liberazione, precise vocalità e fisicità. Nell’incarnare queste figure Congiu e Villella hanno messo in gioco tutta la loro esperienza di attori di prosa e di professionisti alla maniacale e perenne ricerca di completamento, di arricchimento, condotta attraverso seminari con svariati maestri di teatro di strada e clownerie. Questo substrato si evince da Un finale per Sam, che è anche un’opera in cui il gruppo rivendica come il suo fare teatro sia adatto a tutti ed in particolare al pubblico adulto; un’esigenza puntualizzante che Crab esprime dopo la prima elogiata produzione, Moschettieri, ghettizzata purtroppo nel solco del teatro ragazzi. Un finale per Sam è la dimostrazione che Crab non predilige nessuno spettatore, ma in questo ribaltamento di prospettiva, in questa volontà di uscire da uno stereotipo, la compagnia, pur dando prova di acume, cultura, profondità, ironia, mestiere, rischia di chiudersi in un altro cerchio. Quello che esclude chi di Beckett e dei mali del teatro odierno nulla sa. E può soltanto incantarsi al notevole gioco di doppi che si instaura tra il palco e il fondale a schermo, dove si proietta un video in cui i medesimi attori, magari senza costume, provano, o recitano Beckett, o si pongono domande sulla precarietà insita nelle loro scelte o sulla giustezza di quelle, interagendo parzialmente con sé stessi dal vivo. Conquista poi la chiusa in cui Hamm e Clou riusciranno a liberarsi guadagnando il riposo, tant’è che non saranno gli attori dal vivo, esanimi, ma quelli del film a raccogliere gli applausi. In Un finale per Sam c’è ricerca e qualità, forse in eccesso. Il prossimo passo per Crab si confida sia l’allestimento di un testo tout court, magari raro o misconosciuto, ma in cui prevalga, questa volta, la comunicativa.

Roberto Canavesi -Teatroteatro.it

Il coraggio certo non manca alla compagnia CRAB, all’anagrafe Antonio Villella e Pierpaolo Congiu, protagonista di Un finale per Sam, lo spettacolo segnalato alla rassegna Rigenerazione 2010 ed ora pronto per una lunga vita scenica.
Lo spunto è offerto dal beckettiano Finale di partita, testo simbolo del teatro dell’assurdo, con Hamm e Clov trasformati nei clowneschi Al e Clay: in scena, in luogo degli attesi bidoni e finestre, ecco due televisori accesi a ciclo continuo ed un video schermo, palcoscenico virtuale su cui i due attori, in borghese, avviano una riflessione sul senso del loro lavoro. E proprio attorno a quest’idea ruota l’allestimento, sulla possibile ri-scrittura della vicenda che non sia tanto esercizio drammaturgico fine a se stesso, quanto piuttosto occasione per isolare una storia e farla rivivere in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio: e se nel capolavoro di Beckett Hamm e Clov sono impegnati nella lotta per porre fine alla loro esistenza terrena, così anche Al e Clay si trovano ad essere buffi attori in una grottesca recita condotta in perenne bilico tra realtà e finzione, tra immagini proiettate ed azioni agite.
Nei sessanta minuti filati ben si coglie il lavoro di ricerca di un gruppo che ha voluto criticamente interrogarsi sul “come sarebbero” oggi Hamm e Clov, ipotizzando un luogo altro ed uno spazio altrove in cui far rivivere le maschere dei personaggi, svuotate di ogni orpello e di ogni abito scenico: l’epilogo del viaggio proposto dai CRAB, Al e Clay inermi in scena con i loro alter ego a ricevere applausi e salutare il pubblico dal videoschermo, è la perfetta sintesi di un lavoro attento e curato cui, siamo convinti, non potranno che giovare le future repliche.

Anna Nelayeva - www.damsdalvivo.org

Rigenerazione… ovvero RIgenerazione. Ci tengo a scrivere proprio questa come prima parola del mio post. Non soltanto perchè ha un significato segnato da una positività profonda, ma essendo il nome di un progetto specifico simboleggia per i giovani l’opportunità di vedere le sue più audaci idee diventare realtà. I nuovi linguaggi teatrali che vengono portati sul palco sono degli strumenti con i quali il progetto “RIgenerazione” va verso il suo obiettivo: quello di rigenerare lo spettacolo con l’aiuto delle nuove generazioni. Lo spettacolo “Un finale per Sam” è stato messo in scena il 18 aprile dalla compagnia teatrale Crab sul palco della Cavallerizza Reale a Torino, all’interno della quarta edizione di questo progetto che dura dal 15 al 19 aprile 2010. Fra i tre spettacoli rappresentati quella sera è stato l’unico ad usare la recitazione come uno dei principali linguaggi comunicativi, mentre altri due - “Nibiru” e “Who_man” - avevano scelto la danza, ma poi ne parleremo più dettagliatamente. Gli autori (e anche interpreti), Pierpaolo Congiù e Antonio Villella avevano preso uno spunto acronico sul “Finale di partita” di Samuel Beckett portando i personaggi a vivere nel 2010, con un “salto” di “54 anni, 123 giorni e poche ore”. Evoluti ulteriormente, i protagonisti - padre e figlio - si trovano davanti a una realtà completamente diversa, caratterizzata dal padre con una frase che non può non lasciare un’impronta nel cuore: “Mangiamo il nostro futuro e otteniamo quello che respiriamo” Così già all’inizio la consapevolezza che il futuro non c’è più. Ma le barriere ci sono e come prima i due non riescono ad oltrepassarle, non riescono a far nulla di ciò che vorrebbero fare: né abbandonare il luogo dove sono rinchiusi, né guardarne fuori, né staccarsi l’uno dall’altro, neppure uccidersi… Alla fine quest’ultimo loro desiderio viene esaudito, facendo percepire la loro morte quasi come un sollievo e non come un finale tragico. “Sì lo so che questa non è certo la vita che ho sognato un giorno per noi” - così il padre ha racchiuso in una frase la morale della loro triste esistenza. Nei tentativi di uscire dalla stanza-prigione ponendo fine alla vita i personaggi si trovano ogni volta faccia a faccia con la realtà semplice e dura: “Se ti colpisco e ti ammazzo chi mi assicura che tu prima di morire avrai la forza per farmi morire?..” - l’ultima citazione che mi permetto all’interno di questo articolo: appartiene sempre al padre ceco, portatore di ragione. Invece la ripetitività e la meccanicità nel comportamento del figlio, passando la fase della disperazione, a un certo punto diventano bizzarre, rivelando il collegamento con delle caratteristiche del mondo moderno, con la sua stancante ed inevitabile quotidianità dalla quale non c’è scampo. Gli strumenti espressivi sono stati usati in modo, a mio avviso, eccezionale: è un mix tra il teatro tradizionale e i multimedia, la continuità tra l’azione “reale” e quella proiettata sullo schermo crea la sensazione di una doppia messa in scena: all’inizio vediamo il video dello stesso palco quasi vuoto e riconoscibile grazie a un caratteristico lampadario, cosichè non sembra altro che un riflesso in un enorme specchio. Ma non appena, anche nel video, appaiono dei personnaggi, si scopre di aver di fronte tutt’altra storia che si svolge in contemporanea a quella sul palco! Sono sempre due e sempre gli stessi ma con una differenza fondamentale: questa volta invece dei personaggi loro sono gli attori. Comincia un altro gioco con il tempo in cui lo spettatore può trovarsi in presente e in passato contemporaneamente, osservare sia lo spettacolo sia la sua fase preparatoria proiettata tramite il video sopra le teste di chi recita sul palco. Si assiste a una vera rivelazione, la scoperta di un altro lato del teatro. Dopodichè comincia l’interazione tra i personaggi e gli attori che porta a un vero e proprio conflitto scandito dal colpo di una pistola la quale non era destinata a diventare l’arma del delitto, perchè quella delle due pistole che fonzionava non si trovava nelle mani di chi cercava la morte… Come avevo già detto, alla fine i personaggi ottengono quello che desiderano: una morte liberatoria… Trovo simbolica una mancata riconciliazione tra l’attore e il personaggio: tutti abbiamo presenti questo magico momento quando i morti risuscitano, i tristi sorridono e tutti insieme mano nella mano fanno gli inchini sotto gli applausi… Ma non in questo caso. Il conflitto si è sciolto, gli attori sono rimasti sullo schermo e da lì comunicano con il pubblico ricevendo meritatissimi applausi, mentre i personaggi sul palco sono morti, e rimangono lì, immobili, illuminati debolmente dallo schermo grigio delle TV senza segnale… Hanno avuto quello che desideravano: una morte…o un finale. Un finale per la storia. Un finale per Sam.

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